The Last Campfire, dagli autori di No Man’S Sky — Recensione

The last campfire recensione

Una storia delicata a cura di Hello Games

A cura di Saccarioso95

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Esiste un luogo dove si recano gli Ember smarriti quando la loro luce inizia a spegnersi.

Questa è la frase, che apre l’ultimo titolo di Hello Games, che si è cimentata non solo in una nuova ip, ma in un genere agli antipodi rispetto al loro più famoso gioco. Le galassie procedurali lasciano il posto a un paesaggio idilliaco e solenne, alla natura multiplayer si contrappone quella single player e alla componente survival quella puzzle.

Le differenze non si fermano qui, ma sarà più chiaro nel prosieguo della recensione, si può già affermare senza alcun timore che Hello Games, dopo No Man’s Sky, abbia superato se stessa con The Last Campfire, il perché sarà presto svelato.

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Una storia delicata

L’incipit inaugura un racconto dalle tinte fiabesche, ma come spesso accade, dietro una maschera infantile e delicata si nasconde altro.

Senza addentrarsi nel pieno della storia, si può affermare che il titolo riesca a trattare perfettamente temi pesanti e difficili, come l’abbandono, il senso del cammino (inteso come una metafora del senso della vita, n.d.a.) e tanti altri sotto temi.

Dopo la scena iniziale, una voce narrante vi accompagnerà e vi seguirà fino alla fine del viaggio, nelle prime fasi risulterà essere troppo petulante (a mio avviso), in quanto denocciolerà al giocatore anche le cose più ovvie, ma per fortuna andando avanti troverà il giusto equilibrio.

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Il ritmo narrativo viene scandito dall’onnisciente voce, dalle varie didascalie principali e secondari dal taglio fumettistico.
La partenza della storia è intrigante e criptica, per poi attenuarsi su una crescita lineare, esplodendo nelle battute finali.

Le pagine del diario del viaggiatore sparse e nascoste per il mondo di gioco, restituiscono dei buoni spunti riflessivi sui tempi antecedenti alla propria avventura e delle aggiunte secondarie alla storia principale, ma riescono comunque ad incuriosire e stimolare i processi cognitivi del videogiocatore in quanto non saranno sempre direttamente accessibili, per esempio a causa di una strada velata oppure nascosti dietro un piccolo enigma.
Il numero di questi collezionabili non è eccessivo e non si percepiranno mai come un semplice riempitivo. 

In un puzzle la componente ludo narrativa non è sicuramente un elemento fondamentale o imprescindibile, però, come in questo caso, la si apprezza anche per come si amalgama col gameplay, trasformandosi in un colante tra una un rompicapo e l’altro, lasciando dei bei messaggi e un buon racconto, non peccando mai di saccenteria o di intenti didascalici.

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Il cuore del Gioco

La forza del titolo è sicuramente da ricercare nella sua oculata componente ludica, i vari puzzle sanno crescere sia nella sfida che sia nelle stesse meccaniche, in maniera lineare e graduale, non ci si ritroverà mai spiazzati e grazie alla varietà degli stessi enigmi non si vivrà nemmeno un senso di deja-vu.

Il giocatore interpreta un Ember, una piccola creaturina blu che, una volta giunto il suo tempo, intraprende un viaggio spirituale verso un nuovo inizio.
Dopo la sequenza iniziale, il protagonista troverà un marsupio, utile per conservare alcuni oggetti e poterne usufruire nel momento della necessità, però si sottolinea, come sia una meccanica poco portante per l’opera. Infatti seppur l’idea sia pienamente riuscita, risulta marginale e legata a pochissimi passaggi, come per esempio conservare una chiave, un seme o un retino.
Alcuni di questi oggetti sono immediatamente usabili, altri solo risolvendo alcuni semplici enigmi ambientali o trovando un particolare personaggio. Sarebbe stato opportuno riservargli uno spazio e importanza maggiore.

Dopo aver sbloccato la prima porta, si spalancherà un mondo diviso in più parti da possenti cancelli, alla guardia del portale troviamo lo Spirito del Falò, ovvero l’unica entità in grado di attivarli e far proseguire il viaggio di Ember alla zona successiva.

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Lo Spirito, una volta evocato, risponderà a tutti i quesiti del piccolo esserino. Al giocatore è data la possibilità di scegliere se proseguire direttamente o aiutare tutti gli altri Ember smarriti prima di continuare il viaggio.
Gli Ember, che si perdono lungo il cammino, si pietrificano, incastrati in un loop infinito dal quale solo alcuni, sono in grado di uscirne da soli.

Il giocatore una volta abbracciata la statua, verrà proiettato in un livello parallelo, l’unico modo per aiutare il piccino smarrito, è quello di liberare la sua luce. Il cammino per raggiungerla, non sarà mai lineare o immediato, bisognerà risolvere un piccolo puzzle, usando ingranaggi, leve o altri oggetti, da saper combinare con il mondo di gioco o tra loro.

Se alla domanda dello spirito si risponderà, nel seguente modo “voglio andare avanti”, gli Ember da salvare non dovranno essere tutti quelli presenti nello scenario, ma un numero minore, seppur a tal proposito, ogni qualvolta si ripasserà davanti al focolaio, si potrà sempre cambiare la propria scelta iniziale.
Ogni Ember salvato si recherà alla grande fiamma, dove, comodamente accomodato sulle scalinate del teatro, attenderà il giocatore per poter proseguire il viaggio e oltrepassare il portale sigillato, che avvolge la sorgente ardente.

Gli enigmi si evolvono più avanti, grazie all’uso di uno strumento musicale chiamato Lucorna, tramite il suo suono e melodia. Il giocatore sarà in grado di manipolare parti dello scenario o oggetti, elevando e arricchendo i puzzle.
A questi rompicapo in sezioni più ristrette e legate al salvataggio degli Ember, si aggiungono enigmi di più ampio respiro e utili per raggiungere una determinata zona, trovare una pagina del diario di un vecchio viaggiatore oppure aiutare uno dei vari personaggi, di cui si farà conoscenza lungo il cammino.

Il mondo di gioco è vibrante, colorato e ricco di segreti, esplorarlo è una gioia per gli occhi e risulta anche divertente nel cercare soluzioni sempre diverse per sbloccare un nuovo sentiero.

Durante l’intera avventura si incontreranno, maialini, cuochi, robot e tanti altri esseri, tutti ben realizzati e riconoscibili, ognuno con una propria storia e afflizione. Nelle mani del giocatore risiede la possibilità di scegliere se aiutarli o meno, anche se questa opzione vale solo per un paio di essi.

La Direzione Artistica

La veste grafica vive di una delicata direzione artistica fiabesca e bucolica, ottenuta con texture brillanti e vivide, con personaggi cartooneschi antropomorfi e con un protagonista tenero e puccioso.

L’illuminazione usata è incredibile, grazie ad un uso sapiente delle fonti di luce e delle rifrazioni, conferendo un quadro cromatico realistico.

Il design delle costruzioni viene esaltato dai vari chiaroscuro, disegnando uno scenario ricercato, rilassante e realistico per quanto riguarda i giochi di luce.

Il sonoro si interlaccia perfettamente all’ambientazione, anche se una maggior varietà nelle tracce sarebbe stata gradita, soprattutto durante la ricerca delle soluzioni nei vari enigmi quando non arriveranno nell’immediato momento.

La ricchezza di dettagli in primo piano, la qualità media delle texture e l’impianto luminoso sono notevoli per un progetto minore rispetto a No Man’s Sky e passato anche in punta di piedi, pur con i dovuti distinguo, stupisce come sia addirittura più curato del loro titolo di punta.

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Un plauso va fatto, anche alla cura minuziosa dei dettagli dei vari comprimari, all’originalità dei personaggi e all’accuratezza delle varie geometrie architettoniche o dell’ambiente naturale e selvaggio di questo immaginario.

Gli Ember sono piccole creaturine dipinte con tinte sfumate di un unico colore, per esempio il protagonista veste un blu, che si attenua lentamente in un azzurrino, spostandosi dai suoi piedi alla sua testa.
Il volto è nero, gli occhi bianchi così come per le sue orecchie, questi tre aspetti sono comuni a tutti gli Ember, che differiscono tra di loro sia per i colori, sia per le forme più o memo armoniche.

In conclusione

The Last campfire è un puzzle games solido, divertente e sorprendente, caratterizzato da una progressione crescente e calibrata .

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La longevità è buona, seppur dipenda dal numero di Ember salvati, dai vari livelli “bonus” e dai collezionabili. È condizionata solo dalla velocità di risoluzione dei rompicapo.

La narrazione fiabesca riesce ad incuriosire e ad interessare man mano nell’avanzare del cammino.

La pecca va ricercata più che altro nelle finte scelte e opzioni offerte al giocatore, che non avranno nessun vero riscontro, per esempio se si uscirà dal sentiero previsto dagli sviluppatori, si verrà riportati sui binari.
Alla luce di questo, avrei preferito non venissero inserite per niente, ma per fortuna è un aspetto più che secondario per questo genere di videogiochi.

Visivamente e artisticamente è molto curato, con una qualità eccellente di texture e dettagli dell’ambiente di gioco, ciò nonostante non si segnalano problemi importanti, nemmeno su Xbox One S, a patto di qualche singhiozzo o incertezza.

Si segnala come sia perfettamente godibile e senza nessun calo, o sbavature, su un iPad Air 4, usufruendo anche di caricamenti più rapidi grazie all’uso dell’SSD.

L’altissima qualità del titolo e il prezzo budget di circa 15€ rende l’acquisto di The Last Campfire caldamente consigliato, ricordando come sia anche disponibile nel servizio Apple Arcarde e sia ancora disponibile una prova gratuita dello stesso servizio in abbonamento.

Consigliato

Pregi

  • Puzzle vari e stimolanti;
  • Narrazione semplice ma non banale e ricca di spunti;
  • Visivamente e artisticamente delizioso;
  • Game design ottimo;
  • Longevità buona;
  • Collezionabili davvero interessanti e mai riempitivi o futili;
  • Sonoro ottimo.

Difetti

  • Scelte inutili;
  •  Voce narrante petulante nelle prime fasi;
  •  Meccanica del uso di oggetti poco sfruttato;
  •  Poca varietà nei pezzi di accompagnamento degli enigmi.

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