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Editoriali 25 AGOSTO 2026 20 MIN LETTURA

Vampiri: dal folklore ai videogiochi, l’evoluzione di un mito

// ESTRATTO_BY_AI Esplorando la ricca storia e il folklore del vampiro, dalle sue origini balcaniche come il vrykolakas alla sua presenza iconica nei videogiochi.

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The Blood of Dawnwalker
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The Blood of Dawnwalker

// PIATTAFORME Xbox Series X|S, PC (Microsoft Windows), PlayStation 5
// USCITA 03/09/2026

Salve, giocononmortisti!

Nel precedente articolo, con la scusa di parlare dell’imminente uscita di The Blood of Dawnwalker di Rebel Wolves, avevo preso la palla al balzo per approfondire il dhampir, una particolare figura del folklore balcanico che, pur con tutte le dovute differenze, ricorda per certi aspetti la condizione di Coen.

Il protagonista del gioco vive infatti sospeso tra umanità e vampirismo: durante il giorno mantiene la propria natura umana, mentre al calare della notte può sfruttare i poteri derivanti dalla sua trasformazione.

Ma, dopo aver parlato del mezzo vampiro, prima o poi era inevitabile tornare alla creatura alla quale questa figura è tradizionalmente legata. Una creatura che, nel corso dei secoli, è riuscita a lasciare un’impronta enorme nella letteratura, nel cinema, nei fumetti, nella musica e, naturalmente, nei videogiochi.

Sto parlando, ovviamente, del caro vecchio vampiro.

Prima di affondare i denti nell’argomento, però, devo fare una premessa. Tra credenze popolari, cronache, tradizioni locali e continue reinterpretazioni, la storia del vampiro è praticamente sterminata. Sarebbe impossibile raccontare in un solo articolo tutto ciò che ruota attorno a questa creatura.

Perciò non cercherò di esaminarne ogni singola incarnazione (anche perché il discorso sarà già abbastanza lungo di suo) ma mi concentrerò su alcune delle tappe storiche e folkloriche, delle opere e delle rappresentazioni che hanno contribuito maggiormente alla sua lunga trasformazione.

Per cui, senza ulteriori indugi, cominciamo.

Il vampiro «reale» nel folklore

Nel precedente approfondimento avevo già accennato alla grande varietà delle credenze legate ai vampiri nell’area balcanica e nell’Europa orientale, limitandomi però agli elementi necessari per comprendere meglio la figura del dhampir.

Questa volta possiamo finalmente ripartire proprio da quella parentesi lasciata aperta.

Perché parlare del vampiro al singolare può risultare persino fuorviante. Sarebbe forse più corretto parlare di vampiri, al plurale, dal momento che tradizioni locali differenti potevano attribuire ai morti ritenuti pericolosi origini, comportamenti e persino modi per neutralizzarli molto diversi tra loro.

Rimanendo nell’area balcanica e spostandoci più precisamente in Grecia, un buon esempio di quanto queste figure potessero essere diverse dal vampiro che abbiamo in mente oggi è il vrykolakas: un revenant (vale a dire, semplificando, un morto che ritorna) del folklore greco, spesso accostato al vampiro ma piuttosto lontano dal classico succhiasangue entrato nell’immaginario moderno.

Il vrykolakas, infatti, non era necessariamente caratterizzato da una particolare sete di sangue. Al centro di molte testimonianze troviamo piuttosto il ritorno del defunto, che abbandona il sepolcro e torna a interferire con il mondo dei vivi.

E non tutti questi ritorni venivano raccontati nello stesso modo.

Esistono infatti alcuni casi particolarmente insoliti nei quali il morto non sembra tornare con l’unico intento di tormentare o uccidere qualcuno. Uno dei più curiosi ci arriva dal XVII secolo grazie al gesuita francese François Richard, missionario sull’isola di Santorini, che raccolse alcune delle credenze locali nella sua Relation de ce qui s’est passé de plus remarquable à Saint-Erini, isle de l’Archipel, pubblicata nel 1657.

Tra gli episodi riportati da Richard troviamo quello di Alessandro, un calzolaio del borgo di Pyrgo che, dopo la propria morte, avrebbe continuato a comparire alla moglie e a frequentare la casa della sua famiglia.

E la cosa più curiosa è ciò che avrebbe fatto durante queste visite.

Secondo il racconto, Alessandro continuava infatti a svolgere alcune delle faccende che compiva quando era ancora in vita: aggiustava le scarpe dei figli, andava ad attingere l’acqua dalla cisterna e tagliava la legna per la propria famiglia.

Insomma, siamo parecchio lontani dal terrificante succhiasangue che potremmo aspettarci.

Gli abitanti del luogo, però, trovarono evidentemente la situazione molto meno rassicurante. Spaventati dalla presenza innaturale del defunto, decisero infine di disseppellirne il corpo e bruciarlo.

Il caso è interessante proprio perché appare particolarmente insolito rispetto ad altri racconti sui vrykolakes, nei quali il ritorno del morto assume invece caratteristiche decisamente più ostili.

Le descrizioni potevano infatti cambiare a seconda del luogo, del periodo e della tradizione presa in esame. Queste creature potevano aggirarsi tra le case, terrorizzare o tormentare gli abitanti e rendersi responsabili di diverse disgrazie. In alcune testimonianze, al loro ritorno potevano essere associate persino malattie e morti.

Come avevo già accennato nel precedente articolo, alcune caratteristiche attribuite a questi revenant possono essere messe in relazione anche con una conoscenza molto diversa dalla nostra dei processi di decomposizione del corpo.

Ma, visto che ne avevamo già parlato, non voglio tornare a fare l’autopsia al povero vampiro pezzo per pezzo. Anche perché sarebbe comunque riduttivo spiegare l’intero fenomeno semplicemente con una scarsa conoscenza della decomposizione.

La faccenda era decisamente più complicata.

Non bisogna infatti dimenticare che, nel contesto greco di cui stiamo parlando e, con forme e sfumature differenti, anche in numerose comunità dei Balcani di tradizione ortodossa, queste credenze si svilupparono all’interno di società profondamente segnate dal cristianesimo. Il ritorno di un morto poteva quindi assumere anche un significato religioso ed essere interpretato attraverso concetti come il peccato, la scomunica o, in alcuni racconti, l’intervento diretto del demonio.

A seconda delle diverse tradizioni, tra coloro che potevano essere ritenuti destinati a tornare come vrykolakes troviamo individui considerati empi o immorali, scomunicati oppure persone la cui morte o sepoltura erano avvenute in circostanze considerate problematiche.

In alcune interpretazioni religiose, inoltre, non era necessariamente il defunto stesso a tornare autonomamente in vita. Il cadavere poteva essere visto come uno strumento del demonio, che lo animava e se ne serviva per provocare disordini, terrorizzare gli abitanti o portare altre sciagure alla comunità.

E qui, secondo me, emerge uno degli aspetti più interessanti di queste credenze.

In molti racconti la sconfitta del revenant non sembra rappresentare soltanto l’eliminazione di una presenza pericolosa, ma anche il ristabilimento di un ordine che era stato violato.

Il morto, dopotutto, non avrebbe dovuto trovarsi tra i vivi.

Anche i metodi utilizzati per rispedirlo definitivamente nel mondo dei morti potevano essere molto diversi. Come abbiamo già visto, almeno in parte, con il povero Alessandro, si poteva arrivare alla riesumazione e al rogo del cadavere.

Un’altra celebre testimonianza di queste cacce ai presunti vampiri e dei metodi utilizzati per neutralizzarli ci arriva dall’isola di Mykonos, dove nel 1701 il botanico francese Joseph Pitton de Tournefort assistette a un caso di presunto vrykolakas.

Secondo il suo resoconto, dopo la celebrazione di una messa il cadavere venne aperto, il cuore estratto e successivamente bruciato. Il problema, almeno secondo gli abitanti, è che questo non bastò: le presunte manifestazioni del revenant continuarono e alla fine si decise di bruciare l’intero corpo.

Allargando ulteriormente lo sguardo alle credenze europee legate ai revenant e ai presunti vampiri, troviamo anche altre pratiche: decapitazioni, impalamenti e diverse forme di mutilazione del cadavere.

Non esisteva, insomma, un unico manuale del perfetto cacciatore di vampiri. Il modo di neutralizzare questi morti poteva cambiare sensibilmente a seconda del luogo, del periodo e della tradizione.

In alcuni casi potevano intervenire anche membri del clero e rituali di carattere religioso, proprio perché il problema non veniva percepito soltanto come una minaccia fisica, ma poteva assumere anche una dimensione spirituale.

Insomma, il vampiro delle tradizioni folkloriche era parecchio lontano dalla creatura affascinante e tenebrosa a cui siamo abituati oggi.

Era, prima di tutto, un morto che tornava tra i vivi in forma corporea, spesso riconoscibile attraverso determinate caratteristiche attribuite al cadavere e al suo stato di conservazione.

E persino quello che oggi consideriamo uno dei tratti fondamentali del vampiro, ovvero il bisogno di nutrirsi del sangue dei vivi, non era affatto una caratteristica universale. Compare in alcune tradizioni, certo, ma non era ciò che definiva necessariamente il revenant folklorico.

Per cui, dopo questo piccolo excursus nelle credenze vampiriche dell’area balcanica, viene spontaneo chiedersi: che cosa ha portato questa figura, da morto che ritorna tra i vivi, a diventare la creatura affascinante, romantica e tenebrosa che conosciamo oggi?

Però, prima di rispondere a questa domanda e di fiondarci direttamente nell’Inghilterra dell’Ottocento e nella letteratura gotica, dobbiamo fare ancora un piccolo passo indietro.

Perché, prima di finire tra le pagine di romanzi e racconti e trasformarsi nel vampiro che conosciamo oggi, queste credenze dovevano uscire dai villaggi e dalle tradizioni locali dell’Europa orientale, arrivando a incuriosire, spaventare e far discutere il resto d’Europa.

Quando il vampiro diventa un caso europeo

Uno dei passaggi fondamentali avvenne nei primi decenni del XVIII secolo, quando alcuni territori dell’Europa orientale e balcanica entrarono sempre più direttamente nell’orbita politica e amministrativa delle grandi potenze dell’Europa centrale.

Un momento particolarmente importante arrivò con la // Pace_di_Passarowitz del 1718, quando parte della Serbia settentrionale passò sotto il controllo degli Asburgo.

Questo cambiamento politico portò funzionari, militari e amministratori imperiali a entrare sempre più spesso in contatto con le popolazioni locali e, inevitabilmente, anche con le loro credenze. Tra queste c’erano naturalmente anche quelle legate ai morti che si riteneva potessero tornare dalla tomba.

In alcuni casi gli abitanti arrivavano persino a chiedere alle autorità il permesso di riesumare e distruggere i cadaveri considerati responsabili delle disgrazie o delle morti che colpivano la comunità.

Ed è proprio qui che la faccenda comincia a cambiare davvero, perché queste storie non rimangono più confinate alla dimensione locale, ma iniziano a comparire anche in rapporti amministrativi e medici, finendo così per circolare ben oltre i territori nei quali quelle credenze erano diffuse.

Giornali, opuscoli e trattati ripresero questi casi e, lentamente, il vampiro cominciò a diventare qualcosa di cui si discuteva anche a centinaia di chilometri di distanza.

Il vero momento di svolta arrivò però nel 1732, un anno che possiamo tranquillamente considerare fondamentale per la storia del vampiro in Europa.

Proprio in quel periodo esplose infatti una vera ondata di resoconti, trattati e discussioni dedicati ai presunti vampiri provenienti dai territori serbi sotto controllo asburgico.

Uno dei casi che contribuì maggiormente a questa diffusione fu quello del villaggio serbo di Medveđa.

Qui il chirurgo militare austriaco Johann Flückinger, insieme ad altri funzionari, venne incaricato di indagare su una serie di morti che gli abitanti attribuivano all’azione di presunti vampiri.

Da quell’indagine nacque il celebre Visum et Repertum, un rapporto ufficiale che contribuì parecchio a far circolare la storia di Medveđa nel resto d’Europa.

Da quel momento, storie che fino a pochi anni prima sarebbero probabilmente rimaste confinate a una dimensione locale iniziarono a circolare sempre più ampiamente, attirando l’attenzione di medici, teologi, studiosi e uomini di cultura dell’Europa occidentale.

Insomma, prima ancora di diventare il protagonista di romanzi e racconti, il vampiro era riuscito a trasformarsi in un vero e proprio caso europeo.

Tutta questa massa di testimonianze, resoconti e discussioni finì inevitabilmente per diventare terreno fertile anche per artisti e scrittori.

Dal folklore alla letteratura gotica

Ed è proprio qui che possiamo finalmente spostarci verso la letteratura gotica dell’Ottocento, dove il nostro caro vampiro comincia davvero a cambiare faccia e a diventare, nel corso del tempo, una figura fondamentale dell’immaginario popolare.

Tra le opere più importanti di questa trasformazione troviamo The Vampyre, racconto pubblicato nel 1819 da John Polidori e avente come protagonista il misterioso Lord Ruthven. Un’opera considerata tra le più importanti nella costruzione del mito del vampiro moderno.

E qui, se mi permettete una piccola parentesi da appassionato, non posso non citare di nuovo Dampyr. Nel 2004 Mauro Boselli dedicò infatti una bellissima storia in due parti, La maledizione di Varney e I misteri di Napoli, proprio alla nascita del mito romantico del vampiro, inserendo nella vicenda personaggi storici come John Polidori, Lord Byron e Mary Shelley, le cui storie riemergono attraverso i diari e le testimonianze che Harlan ritrova molti anni dopo, intrecciandosi però anche con gli eventi del presente e con il passato di suo padre. Sul perché, però, preferisco non dirvi altro e vi invito semplicemente a recuperare la storia.

Tornando però al nostro succhiasangue, qualche decennio più tardi troviamo un’altra opera fondamentale: Carmilla dello scrittore irlandese Sheridan Le Fanu, pubblicata tra il 1871 e il 1872 e costruita questa volta attorno a una figura vampirica femminile, destinata a diventare una delle più importanti e influenti della letteratura gotica.

Da qui possiamo vedere una delle prime grandi trasformazioni del vampiro. Nelle testimonianze folkloriche che contribuirono alla nascita del vampiro moderno, il revenant era molto spesso un membro della comunità locale: un contadino, un artigiano, un soldato o comunque una persona comune (proprio come il calzolaio Alessandro) e non ancora, almeno nella forma che sarebbe poi diventata canonica, il raffinato aristocratico al quale la letteratura ci avrebbe successivamente abituati. Con la letteratura dell’Ottocento questa figura comincia invece a trasformarsi in qualcosa di molto più elegante, affascinante e complesso.

Una trasformazione che si sposava particolarmente bene con il gusto del gotico ottocentesco e, soprattutto nella seconda metà del secolo, con una cultura vittoriana che mostrava un forte interesse per il macabro, la morte e il soprannaturale.

Per quanto possa sembrare strano dirlo oggi, molti degli elementi che associamo al vampiro moderno cominciano quindi a intrecciarsi proprio con temi e sensibilità che ritroviamo nella società e nella letteratura dell’epoca

Dracula e la nascita dell’icona moderna

Ma è con la pubblicazione di Dracula di Bram Stoker, nel 1897, che molti degli elementi che ancora oggi associamo al vampiro finiscono per trovare una delle loro rappresentazioni più influenti.

Stoker non inventò da zero questa figura (come abbiamo visto, il vampiro aristocratico e affascinante esisteva già prima di lui), ma riuscì a raccogliere e rielaborare suggestioni provenienti dalla letteratura gotica, dalle credenze dell’Europa orientale e da diverse fonti storiche, creando un personaggio destinato a lasciare un’impronta enorme nell’immaginario successivo.

Dracula contribuì enormemente a riunire e rendere iconici molti degli elementi che ancora oggi associamo al vampiro: la Transilvania, il castello isolato, l’aristocrazia decadente, il sangue e l’utilizzo di simboli religiosi come il crocifisso per contrastare la creatura.

Prima di andare avanti, però, apro una piccola parentesi su Vlad III di Valacchia, il celebre Vlad Țepeș, perché il legame tra lui e Dracula va preso con una certa cautela. Stoker conosceva il nome “Dracula” e alcune informazioni sul principe valacco, ma il Conte del romanzo non può essere considerato semplicemente una sua versione romanzata. Il collegamento diretto tra Vlad l’Impalatore e il vampiro di Stoker è stato infatti molto ampliato e rafforzato soprattutto dalle interpretazioni successive.

Il cinema dà un volto al vampiro

Ma quello che, forse più di ogni altro mezzo, contribuì ad affermare definitivamente l’immagine del vampiro fu il cinema.

Si passa dal cadaverico e mostruoso Conte Orlok di Nosferatu di F.W. Murnau, nel 1922, al Dracula di Bela Lugosi del 1931, che contribuì enormemente a fissare nell’immaginario collettivo l’aspetto aristocratico del vampiro, con il suo abito elegante e soprattutto l’ormai inseparabile mantello.

Qualche decennio più tardi arrivò poi il grande Christopher Lee, che con il Dracula della Hammer del 1958 riprese in parte quell’immagine aristocratica, rendendola però molto più fisica, aggressiva e sanguinaria.

E fu proprio questa interpretazione a contribuire enormemente alla diffusione di uno degli elementi che oggi consideriamo quasi inseparabili dal vampiro: le zanne ben visibili.

Sì, proprio le zanne.

Per quanto possa sembrare strano dirlo oggi, visto che ormai basta mostrarne un paio per farci capire immediatamente che abbiamo davanti un vampiro, non erano sempre state così centrali. Stoker descrive denti particolarmente affilati nel suo Dracula e il Conte Orlok di Nosferatu possedeva già una dentatura mostruosa, ma il classico paio di canini sporgenti destinato a diventare uno dei simboli universali del vampiro venne reso davvero popolare dal cinema della Hammer e da Christopher Lee.

Con il passare del tempo, naturalmente, anche questa immagine ha continuato a trasformarsi fino a oggi. Un esempio particolarmente interessante di questa evoluzione è la saga cinematografica di Underworld, che non abbandona del tutto l’idea del vampiro aristocratico, ma la modernizza profondamente. I vampiri diventano membri di una vera e propria società segreta, organizzata in clan e gerarchie e impegnata in una guerra secolare contro i Lycans.

E con Selene il vampiro assume anche una dimensione molto più vicina all’eroe d’azione moderno: non più soltanto mantelli, castelli e oscuri nobili, ma pistole, combattimenti e impermeabili di pelle nera. E, come avevo già accennato nell’articolo sul dhampir, qui gli influssi di Matrix si vedono parecchio.

Il vampiro nei videogiochi

Insomma, tutto quello che vi ho descritto finora ha contribuito, un pezzo alla volta, a costruire la mitologia del vampiro che conosciamo oggi e che ritroviamo ormai praticamente in ogni campo della cultura popolare, compreso naturalmente quello che ci interessa più da vicino: il mondo dei videogiochi.

Di Castlevania e BloodRayne vi ho già parlato nell’articolo dedicato al dhampir, per cui questa volta vorrei soffermarmi soprattutto su due esempi che, personalmente, considero particolarmente rappresentativi del modo in cui il vampiro è stato reinterpretato nei videogiochi: Vampire: The Masquerade – Bloodlines e la saga di Legacy of Kain.

Vampire: The Masquerade – Bloodlines, sviluppato dall’ormai defunta Troika Games e pubblicato nel 2004, è un RPG basato sul gioco di ruolo cartaceo Vampire: The Masquerade e riesce a riprenderne parecchio bene alcuni degli elementi che lo caratterizzano.

Già all’inizio dell’avventura possiamo scegliere a quale clan vampirico appartenere, e questa decisione può cambiare parecchio il modo in cui affrontiamo il gioco. Scegliere un Malkavian, per esempio, porta a un’esperienza completamente fuori di testa, con una percezione della realtà spesso distorta e dialoghi molto particolari, perfettamente in linea con un clan capace di intuire verità che agli altri rimangono nascoste. I Malkavian sono infatti caratterizzati proprio da questa loro particolare e tormentata percezione del mondo.

Giocare nei panni di un Nosferatu, invece, ci spinge a muoverci in maniera molto più nascosta, visto che i membri di questo clan portano letteralmente sul proprio corpo la loro maledizione, che li rende mostruosi agli occhi degli esseri umani.

Il titolo offre inoltre parecchie possibilità di affrontare situazioni e dialoghi in modi differenti, mentre la storia ci immerge completamente nell’intricato sistema politico della società vampirica del World of Darkness, nella Los Angeles contemporanea.

Dal punto di vista del gameplay, Bloodlines ci mette nei panni di un singolo vampiro e adotta una struttura da RPG giocato prevalentemente in prima persona. Il combattimento rimane una parte importante dell’esperienza, tra armi da fuoco, corpo a corpo e Discipline vampiriche, ma secondo me il bello del gioco sta soprattutto in tutto quello che possiamo fare al di fuori degli scontri.

Le nostre caratteristiche e abilità possono infatti permetterci di affrontare diverse situazioni in maniera differente: possiamo convincere o intimidire qualcuno durante un dialogo, scassinare una porta, hackerare un computer, muoverci furtivamente oppure, quando tutto il resto fallisce, risolvere la situazione nella maniera meno diplomatica possibile.

E qui entra naturalmente in gioco anche il fatto di essere un vampiro. Le Discipline cambiano a seconda del clan scelto e per utilizzarle abbiamo bisogno di sangue, che possiamo recuperare nutrendoci delle persone che incontriamo. Ma non possiamo certo andare in giro per Los Angeles azzannando chiunque ci capiti davanti, perché dobbiamo rispettare la Masquerade, ovvero la regola che impone ai vampiri di nascondere la propria esistenza agli esseri umani.

A questo si aggiunge l’Umanità: comportarsi in maniera particolarmente crudele può farcela perdere e rendere sempre più difficile tenere sotto controllo la bestia che si nasconde dentro il nostro personaggio.

Legacy of Kain, saga nata nel 1996 con Blood Omen: Legacy of Kain, sviluppato da Silicon Knights e pubblicato da Crystal Dynamics, venne poi portata avanti principalmente dalla stessa Crystal Dynamics, che a partire da Soul Reaver prese in mano lo sviluppo dei capitoli successivi.

È probabilmente una delle serie videoludiche che più di tutte ha saputo costruire un proprio immaginario attorno alla figura del vampiro. Prima di tutto grazie a una storia estremamente articolata e intricata, fatta di viaggi nel tempo e continui cambiamenti nella storia, capace di toccare temi complessi come il destino e l’equilibrio, raggiungendo in alcuni momenti picchi di scrittura quasi shakespeariani e trasformando i vampiri da semplici succhiasangue in veri e propri filosofi.

uno dei monologhi più belli della serie

Il tutto anche grazie al carisma di un personaggio come Kain, che di certo non possiamo definire un classico eroe e che, anzi, in diversi momenti assume persino il ruolo dell’antagonista. La sua arroganza, unita però a una certa saggezza e lucidità, riesce a catturare il giocatore e a trascinarlo nell’oscuro mondo di Nosgoth.

Ma altrettanto importante è Raziel, capace di diventare un protagonista forte quanto Kain. Inizialmente mosso dalla sete di vendetta nei suoi confronti, finirà per essere al centro di alcuni dei momenti più importanti della saga, accompagnati da quei bellissimi monologhi che sono diventati uno dei tratti più riconoscibili della serie.

Dal punto di vista del gameplay, la saga è cambiata parecchio nel corso dei vari capitoli. Il primo Blood Omen aveva una struttura più vicina a quella di un action RPG con visuale dall’alto, mentre con Soul Reaver la serie si spostò verso un action adventure tridimensionale, fatto di combattimenti, esplorazione ed enigmi.

Una delle meccaniche più interessanti era inoltre la possibilità, nei panni di Raziel, di passare dal mondo materiale a quello spettrale, modificando l’ambiente circostante e sfruttando questa capacità anche per proseguire nell’esplorazione e risolvere alcuni puzzle.

Naturalmente questi sono soltanto due esempi. Come detto, il vampiro è stato reinterpretato nei videogiochi in tantissimi altri modi: basta pensare a esempi più recenti e, secondo me, anche parecchio sottovalutati come l’RPG Vampyr di Dontnod Entertainment, che ci mette nei panni del medico Jonathan E. Reid nella Londra del 1918, devastata dall’epidemia di influenza spagnola.

Il gioco ci costringe continuamente a scegliere, in base a come vogliamo comportarci, se assecondare maggiormente la nostra natura vampirica oppure cercare di rimanere più vicini alla nostra umanità, con conseguenze che si riflettono direttamente anche sul gameplay e sul destino dei vari personaggi.

Potrei poi citare anche l’ottimo V Rising, un survival action RPG nel quale, nei panni di un vampiro (oppure insieme a un piccolo clan di vampiri se giochiamo con gli amici) dobbiamo riconquistare il nostro potere esplorando il mondo di Vardoran.

Il titolo prende molti degli elementi classici del mito, dal bisogno di sangue alla vulnerabilità alla luce del sole, e li trasforma direttamente in meccaniche di gioco. A questo aggiunge anche parecchi elementi dell’immaginario gotico, come la possibilità di costruire il proprio castello, creare servitori e sviluppare una vera e propria corte vampirica.

Potrei continuare ancora parecchio, parlando anche di film come The Vourdalak, tratto dalla novella La famiglia del Vourdalak di Aleksej Konstantinovič Tolstoj, che recupera una rappresentazione del vampiro molto più vicina alle sue radici folkloriche, riprendendo diversi degli elementi di cui abbiamo parlato nel corso dell’articolo, oppure di manga come Hellsing, fino ad arrivare a reinterpretazioni decisamente più simpatiche e parodistiche come il mitico cartone Conte Dacula.

Ma a quel punto questo articolo diventerebbe davvero infinito, per cui direi che possiamo fermarci qui.

Spero di non avervi annoiato e, soprattutto, di avervi messo almeno un po’ di curiosità verso una figura che, come abbiamo visto, è cambiata tantissimo nel corso dei secoli. E ora sono davvero curioso di vedere come Rebel Wolves, con The Blood of Dawnwalker, reinterpreterà questo mito che ancora oggi continua ad affascinare e a ispirare nuove opere.

Io vi saluto e ci vediamo al prossimo articolo.

Per la parte storica e folklorica dell’articolo ho fatto riferimento soprattutto a // Tommaso_Braccini,_Prima_di_Dracula._Archeologia_del_vampiro,_Il_Mulino (Link non affiliato), testo che ho utilizzato in particolare per approfondire le credenze legate ai revenant e ai vrykolakes.

Come testo di supporto ho inoltre utilizzato // J._Gordon_Melton,_Il_grande_libro_dei_vampiri (Link non affiliato).

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