Stop Killing Games: deterrente contro la rimozione dai store
La preservazione dei videogiochi multiplayer
Un po' geek e un po' nerd. Mi dedico ai videogioco, ma ho un'occhio di riguardo per il mondo della tecnologia. Tra Star Trek e Star Wars vi dico Battlestar Galactica.
Stop Killing Games: deterrente contro la rimozione dai store
Da circa un anno, è iniziata quella che sembra essere una crociata contro la visione odierna del videogioco: tu cha vanti la tua preziosa libreria, fisica o digitale che sia, non possiedi nulla. La consapevolezza dietro al non possedere i videogiochi acquistati, fisici o meno, ha preso il sopravvento alla chiusura dei server e al successivo ritiro dal mercato, con cancellazione totale dagli store, del videogioco The Crew di Ubisoft. Da lì sono seguiti post di pura indignazione e petizioni con l’intento di portare un cambiamento vero e concreto, una di queste è stata pubblicata sul portale dedicato all’Unione Europea per portare la questione all’attenzione del parlamento europeo, questa iniziativa è chiamata Stop Destroying Videogames e ha recentemente superato la soglia minima di 1 milione di firme per essere portata all’attenzione dei parlamentari.
La petizione Stop Destroying Videogames “punta a impedire che gli editori possano disattivare da remoto i videogiochi prima che siano forniti mezzi ragionevoli per mantenerli in funzione senza coinvolgere gli stessi editori” [// fonte]. In sostanza, l’intento è quello di fare in modo che un evento alla The Crew di Ubisoft non si verifichi più in futuro. L’azienda francese, proprio in questi giorni, è riuscita a danneggiare ulteriormente la propria immagine agli occhi dei consumatori, inserendo all’interno del proprio EULA (accordo di licenza con l’utente finale) una nota che include nell’equazione anche le copie fisiche: “Questo EULA si terminerà automaticamente se non rispetti uno qualsiasi dei termini e condizioni del presente EULA. Alla cessazione per qualsiasi motivo, devi immediatamente disinstallare il Prodotto e distruggere tutte le copie del Prodotto in tuo possesso” [// fonte].
La preservazione dei videogiochi multiplayer
Mentre per i videogiochi singleplayer è scesa in campo CD Projekt Red, con l’iniziativa interna a GOG chiamata “GOG Preservation Program”, dove gli utenti possono anche votare i videogiochi destinati a finire all’interno del catalogo, i videogiochi multiplayer sono quelli maggiormente soggetti allo scomparire del tutto. Il caso più recente è Anthem, chiuso definitivamente proprio a ridosso dell’annuncio del raggiungimento di 1 milione di firme alla Stop Destroying Videogames. Il videogioco firmato BioWare avrebbe dovuto ricevere una riedizione in pieno stile Final Fantasy XIV A Realm Reborn, dal nome Anthem Next. Il progetto è stato definitivamente cancellato per dirottare tutti gli sforzi di BioWare su Dragon Age: The Veilguard e il prossimo Mass Effect.
Lo scopo della petizione è spingere le aziende a non ritirare i videogiochi dal mercato o renderli inutilizzabili, alle aziende non viene chiesto di continuare a sostenere le spese di mantenimento dei server, bensì viene chiesto di fornire almeno i mezzi per fare in modo di mantenerli in vita (per esempio) tramite server privati.
Nel mercato esistono anche conversioni offline di videogiochi multiplayer, una di queste è quella di Mega Man X Dive Offline. Inizialmente disponibile per il mercato mobile, Capcom ha realizzato una versione offline distribuita su altre piattaforme al costo di 29,99€. Prendendo come esempio questo caso, le aziende potrebbero rilasciare delle versioni offline offrendo, magari, uno sconto per i possessori della copia originale. Square Enix, con Final Fantasy XIV, ha la possibilità di creare un precedente importante in questo specifico caso, dal momento che il suo MMORPG è già predisposto per essere giocato in solitaria grazie all’implementazione di funzioni come il Duty Support [// Final_Fantasy_XIV:_ha_senso_recuperarlo_oggi?].
Le possibilità sono pressocché infinite, dalle modalità offline per gli MMO fino alla presenza di Bot manovrati dalla AI per i competitivi (es. Battlefield 2), ma la verità è che non dovrebbe stare a noi utenti trovare un sistema per preservare le creazioni di questi studi, bensì alle major. D’altronde dovrebbe essere nei loro interessi in favore del presente e del futuro.
La provocazione: se l’acquisto di un videogioco non fa di me il suo proprietario, il piratarlo non mi rende un ladro bensì un collezionista contemporaneo
Il raggiungimento di oltre un milione di firme, ha riportato in auge uno dei più chiari paradossi del settore, sollevato anche nel 2023 da Luca Punkett di Aftermath per i contenuti Discovery completamente rimossi dal PlayStation Store: “Non c’è pirateria senza proprietà”. L’articolo di Luca Punkett riprende il concetto classico della pirateria: se al tempo cercavi di metter mano ad un prodotto che poteva essere acquistato e posseduto, stavi chiaramente piratando.
Anche Markus Persson, Notch, creatore di Minecraft ha lanciato la provocazione su X scrivendo “Se acquistare un gioco non è un acquisto, allora piratarlo non è un furto” [// fonte].
In chiave contemporanea, la definizione di “pirateria” assume un ruolo differente. Se la transizione economica tra utente-negozio non garantisce la proprietà del prodotto, il recarsi su un sito e scaricare i file di quel medesimo prodotto non dovrebbe costituire reato di pirateria, d’altronde non si può rubare qualcosa che non può essere posseduto. Dunque ecco che la pirateria diviene un mezzo per fare rumore, per protestare contro un’industria che rema contro gli acquirenti. Ma è nell’istante in cui un videogioco viene ritirato dal mercato, e quindi non più acquistabile in maniera legittima, che la pirateria finisce per lasciare il posto alla preservazione [// Quella_grigia_pirateria_videoludica,_che_sfocia_nel_abandonware]. L’unico sistema per gli utenti di riuscire a mettere mano ad un prodotto unico le cui uniche tracce potrebbero essere dei video buttati su YouTube. Un triste destino per un settore che fa dell’interazione il suo pilastro centrale.