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Editoriali 29 NOVEMBRE 2024 4 MIN LETTURA

Questi non sono i The Game Awards, ma sono i The Game ADV 2024

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Questi non sono i The Game Awards, ma sono i The Game ADV 2024

Geoff Keighley, il re indiscusso delle serate di gala videoludiche, sta passando un periodo interessante, per usare un eufemismo. Durante l’annuncio delle nomination dei The Game Awards 2024, Keighley ha più volte ribadito con entusiasmo degno di un Gonzo in A Muppet Christmas Carol: “La giuria dei Game Awards, della quale non faccio parte.” Perché questa insistenza nel distanziarsi dalla giuria? Una possibile risposta potrebbe trovarsi in Fortnite.

KEIGHLEY E LE TEORIE DEL COMPLOTTO

Prima di tutto, sì, è chiaro che Keighley non ha voce in capitolo sui vincitori. Pensare che manipoli il sistema è il genere di complottismo spicciolo che l’internet ama, ma è anche piuttosto ridicolo. Che vantaggio ne ricaverebbe? Con una giuria composta da dozzine di critici di tutto il mondo, le nomination riflettono sempre un mix prevedibile di blockbuster amati dalla critica e qualche indie gettonato per salvare la faccia. Eppure, nonostante le sue continue smentite, Keighley non riesce a liberarsi dal sospetto, forse perché i giochi che mancano all’appello suscitano sempre più polemiche di quelli presenti, ma sicuramente non è colpa di Geoff, la colpa ricade sulla Giuria Prescelta.

Se non siete d’accordo con le attuali nomination, potete tranquillamente contattare le seguenti testate italiane, chiedendo delucidazioni su cosa abbiano scelto e perché hanno candidato proprio quei videogiochi.

La Giuria Italiana dei The Game Awards è composta da:

Un esempio? Il pubblico che invoca un Sonic x Shadow Generations come Game of the Year o, peggio ancora, si straccia le vesti perché non ci sono altri DLC “validi” oltre a quello di Elden Ring. Alzi la mano chi lo prenderebbe sul serio.

Se siete tra quel pubblico, vi inviterei a fare un piccolo esperimento: chiedete alle seguenti redazioni di gaming perché non hanno preso in considerazione il vostro amatissimo titolo come miglior videogioco dell’anno.

PREMI O PUBBLICITÀ?

A dirla tutta, il problema non è chi vince, ma cosa sono i Game Awards. Il nome dovrebbe essere The Game ADV(La battuta non è mia e lo spunto di questo articolo mi è venuto // leggendo_questo ndr), perché gli stessi premi sembrano una distrazione dalle vere star della serata: i trailer. Keighley potrebbe non curarsi di chi vince, ma sembra altrettanto indifferente verso i vincitori, ricordiamo l’anno scorso molti premi, compreso // Larian_studio_dopo_aver_vinto_il_goty_liquidati_in_pochi_secondi_per_dare_spazio_ai_tralier_e_all’ADV_successiva.

E qui entra in scena Fortnite. Quest’anno, il famoso evento è sbarcato sull’isola più cartoonesca del gaming. Keighley è stato digitalizzato come un inquietante MetaHuman, un avatar realistico che vaga tra mappe fan-made, votate dagli utenti e destinate a ricevere riconoscimenti di poco conto. Anche qui, però, non si tratta di veri premi, ma di puro intrattenimento sponsorizzato, qualcosa che banalizza ulteriormente un evento già percepito come poco serio.

Il vero scopo dello show è essere una vetrina glamour, non un vero tributo all’industria, alla fine è un nuovo E3, che con la scusa di ritirare un premio obbliga le aziende ad essere presenti.

IL PROBLEMA DELLA KEIGHLEY-DIPENDENZA

Keighley è il volto dei Game Awards. Non c’è dubbio. Ma qui sta il problema: non è solo il presentatore, è l’anima e il corpo dell’evento. Se agli Oscar nessuno se la prende con Jimmy Kimmel per le vittorie discutibili, ai Game Awards il legame tra Keighley e l’intera operazione è così forte che ogni critica finisce inevitabilmente su di lui. E con la sua espansione a eventi come il Summer Game Fest e Gamescom, Keighley sembra monopolizzare l’industria dell’intrattenimento videoludico.

Questo non sarebbe necessariamente un problema se Keighley fosse disposto a usare questa piattaforma per affrontare temi importanti. Invece, il suo approccio è spesso superficiale: dichiarazioni controverse sui licenziamenti, critiche deboli alla crisi degli studi, il silenzio sulla politica aziendale di colossi come Activision. Insomma, tanto show, ma poco sostanza.

KEIGHLEY PUÒ ESSERE PIÙ DI QUESTO?

Alla fine, Keighley ha fatto miracoli nel trasformare i Game Awards in uno show globale, ma questa centralità rischia di soffocare qualsiasi altra voce. È il momento di chiedersi se il volto più riconoscibile del gaming debba fare di più che apparire in Fortnite o vendere trailer. Forse i Game Awards dovrebbero essere meno “Keighley-centrici” e più concentrati su ciò che conta davvero: i giochi e chi li crea.

Ma hey, finché ci saranno trailer da mostrare e partnership da promuovere, sembra che The Game Awards rimarrà quello che è sempre stato: uno spettacolo pensato per vendere. E Keighley, il suo showman impeccabile.

Per vincere vale ancora il voto del pubblico, ma per le candidature ormai siamo quasi certi che ormai conta a chi fa la migliore ADV sui siti Web, come raccontato // qualche_tempo_fa.

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