Death Stranding 2: l’unico limite è la tua sopportazione – Recensione
La trama in poche righe
Un po' geek e un po' nerd. Mi dedico ai videogioco, ma ho un'occhio di riguardo per il mondo della tecnologia. Tra Star Trek e Star Wars vi dico Battlestar Galactica.
Death Stranding 2: l’unico limite è la tua sopportazione – Recensione
Death Stranding 2: On the Beach è giunto anche su PC, dopo poco meno di un anno dal suo effettivo lancio su PlayStation 5, il 26 giugno 2025. E dopo un primo capitolo estremamente sperimentale, è giunta l’ora di vedere se Hideo Kojima assieme al resto dello studio Kojima Productions, siano effettivamente riusciti a superarsi o meno.
A oggi sono trascorsi circa 6 anni dal lancio del primo capitolo di Death Stranding, un videogioco che ha generato una forte divisione tra la community, dando vita al classico scenario dove le sfumature di grigio non sono particolarmente ammesse. Ero tra coloro un filo entusiasti di toccare con mano il nuovo videogioco di Hideo Kojima, dopo la separazione con Konami e dalla sua saga Metal Gear. Eppure, una volta completata l’avventura di Sam Porter, un po’ di amaro in bocca m’era effettivamente rimasto: quel Death Stranding era un videogioco coraggioso, senza alcun dubbio, ma non privo di problematiche. È con la mentalità del curioso che ho deciso di approcciarmi a Death Stranding 2: On the Beach, con un codice Steam fornito dal team PlayStation, nella più classica delle speranze nel ritrovarmi un prodotto più consapevole e migliore.
La trama in poche righe
Mentre dalla pubblicazione dei due capitoli sono trascorsi 6 anni, narrativamente sono trascorsi soltanto 11 mesi, nei quali Sam ha deciso di allontanarsi dal territorio delle UCA (il Nord America) rifugiandosi in Messico insieme a Lou, continuando a operare come corriere indipendente. Un tentativo, quello da parte sua, di rendere entrambi introvabili dalle UCA. Lì, viene scovato da Fragile, che ha un compito per lui: collegare alla rete chirale il Messico e l’Australia, col supporto della nuova organizzazione Drawbridge.
Se nel primo capitolo il viaggio negli Stati Uniti faceva leva sulla tematica dell’isolazionismo (tema enfatizzato dal periodo in cui è uscito, tra le politiche di Donald Trump e la pandemia di COVID), in questo seguito i temi protagonisti diventano la depressione, il lutto e la disumanizzazione che affonda le radici nella nascita dei Bridge Baby (BB).


Un’esperienza di gioco diversamente simile: meno corda e più bastone, ma anche più narrativa
La storia di Death Stranding 2 prende una strada differente dal suo predecessore, questo è assodato, ma vale anche per la stessa narrazione. Sfruttando la saga di Metal Gear come esempio cardine, si potrebbe dire che il primo Death Stranding abbia abbracciato la “filosofia” narrativa di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, limitando le interazioni tra i personaggi con le comunicazioni attraverso la rete, piuttosto che utilizzare le classiche cinematiche (nonostante ce ne fossero). In Death Strainding 2: On the Beach si percepisce uno stile tra Metal Gear Solid 3: Snake Eater e Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots, dove la narrazione viene caratterizzata da sequenze video che mostrano una forte e importante interazione tra il protagonista e il resto dei comprimari, ma anche col suo antagonista. Questa differenza porta una maggior immersione nella storia, che culmina con un finale in pieno stile Hideo Kojima e il suo essere un autore fortemente influenzato dalla propria cultura giapponese.

Il problema di Death Stranding 2: On the Beach continua a essere la sua struttura. Sam Porter è un corriere e per forza di cose le missioni sono correlate alla sua professione, di conseguenza l’espediente di Kojima Productions è stato quello di bombardare il gioco di contenuti secondari prettamente inutili quanto insoddisfacenti, con missioni secondarie prive di carattere e stimoli che si ripetono a oltranza, per spingere il giocatore a ottenere quella fatidica stella nella speranza di ottenere un potenziamento gradito. Spoiler: non è detto che tutto ciò valga per ogni occasione. Ci sono alcune missioni secondarie che restituiscono quel qualcosa di interessante almeno dal punto di vista narrativo, collegandosi per bene agli eventi narrati dalla storia principale.
Quindi giocando si finisce per constatare un’importante discrepanza qualitativa tra i contenuti principali e secondari, al punto dove la voglia di scoprire come termina la storia sovrasta completamente l’intenzione di ottenere l’equipaggiamento migliore. È letteralmente ciò che mi è accaduto giunto al Episodio 12, dal quale ho iniziato a interessarmi maggiormente alla storia piuttosto che ai contenuti secondari, raggiungendo i titoli di coda dopo circa 80 ore di gioco.

Ciò in cui migliora drasticamente è il level design generale, col supporto degli elementi climatici che danno vita a geo-sisma (terremoti) e inondazioni. Un miglioramento che ha fatto in modo di far risaltare l’importanza delle strutture da costruire e al posizionamento di altri oggetti (es. le scale). Anche la componente stealth finisce per beneficiarne, garantendo un’ampia libertà decisionale al giocatore che può scegliere se agire con pazienza eliminando le minacce dei oppure buttarsi sparando a più non posso: entrambi metodi possono risultare goduriosi, in base al proprio stile di gioco.
Di contro il gameplay generale non è stato migliorato di molto, complici la presenza di missioni fin troppo monotone e situazioni già viste anche nel primo capitolo. Va detto che non mancano alcune “rifiniture” e aggiunte, come la possibilità di catturare le CA Giganti per utilizzare contro altre CA Giganti, dando vita a una sorta di scontro tra mini-kaiju. A tal proposito! Se uno degli aspetti più problematici del primo erano le CA e le boss-fight decisamente insignificanti a esse correlate, in questo caso i combattimenti finiscono per regalare situazioni più soddisfacenti e interessanti, grazie a un assortimenti di armi nettamente superiore. Da qui il costante riferimento narrativo a un approccio tendente più al “bastone” (violenza) che alla “corda” (connessione).
Da menzionare che, a differenza del primo capitolo dove veniva mostrata la presenza della fauna nella sua sequenza d’apertura per poi non essercene traccia, in Death Stranding 2 sono state introdotte diverse specie animale con alcuni risvolti narrativi per giustificarne la presenza. Inoltre, Sam ha il compito di raccoglierne il più possibile così da portarle al Rifugio per Animali, dove dei ricercatori potranno studiarle e tenerle all’esterno della struttura.

Ovviamente sono presenti anche i Predatori, che danno vita alle consuete boss-fight.
Una versione PC decisamente solida e bella da vedere
Tutto il pacchetto offerto da Death Stranding 2 su PC, è semplicemente bello a vedersi e buono da giocare. Kojima Productions sta dimostrando di sapere utilizzare a dovere il Decima Engine di Guerrilla, realizzando scenari di stampo fotorealistici semplicemente impressionanti, con giochi di luce ben elaborati e una draw distance decisamente elevata. Per non parlare del lavoro di motion capture semplicemente sorprendente, lato quantità e qualità delle espressioni facciali del cast: personalmente parlando, tra i migliori lavori delle produzioni PlayStation Studios. Nel mentre Nixxes continua a dimostrarsi un ottimo “giocatore” della squadra PlayStation Studios, sviluppando dei porting di buona qualità. Infatti, anche Death Stranding 2: On the Beach gode di un’ottima varietà di impostazioni grafiche, personalizzabili sia all’interno del gioco stesso che nel classico launcher.

Ho giocato Death Stranding 2 su una build che monta una RTX 4070Ti Super, Ryzen 7 9700X e 32GB di Ram, con un monitor 3440×1440 da 144Hz. Per buona parte del tempo, ho impostato i settaggi su “Molto Elevata” ed “Elevata” con DLSS su Qualità, ottenendo un framerate decisamente stabile sopra i 70FPS. Successivamente ho deciso di impostare il tutto su “Elevata” e senza DLSS, mantenendo delle prestazioni estremamente analoghe. Non ho avuto particolari problemi durante le sessioni di gioco esplorative e di combattimenti, fatta eccezione per quelle poche e sporadiche circostanze dove il framerate è colato picco durante le brevi sequenza d’interazione (es. quando si deposita carico nel fuoristrada o si controllano alcune infrastrutture sparse).
Tecnologie integrate: DLSS, FSR, XeSS e PICO
Come da tradizione per le versioni dei videogiochi Nixxes, anche in questo caso è offerto un ventaglio completo di tecnologie atte ad agevolare ogni videogiocatore. Sono presenti:
- per i possessori delle RTX 20/30/40/50 di Nvidia è presente il DLSS alla versione 4.5, con supporto alla frame generation e Nvidia Reflex+Boost;
- FSR 3.1.5 per i possessori di tutte le GPU, con supporto alla frame generation 3.1.6. I possessori delle più recenti RX 90 di AMD possono contare sulla presenza del FSR 4;
- non manca lo XeSS, anch’esso disponibile per tutte le GPU, con supporto alla frame generation e Intel Xe Low Latency;
- per la prima volta su un videogioco PlayStation per PC, è possibile selezionare anche la tech PICO di Guerrilla e integrato nel Decima, alla quale possono essere affiancate le tech di frame generation.




Via col flusso di coscienza
Le mie più personali aspettative nei confronti di questo secondo capitolo di Death Stranding erano tutt’altro che rosee. Sì, il primo era interessante sulla carta, ma all’atto pratico non mi ha lasciato molto: storia e mondo di gioco affascinanti, ma un gameplay veramente sottotono. E oggi eccomi qui, dopo aver terminato quello che avrebbe potuto essere il miglior videogioco di Hideo Kojima.
In Death Stranding 2 c’è quel mix di follia creativa tipica degli autori giapponesi e quella creatività firmata Hideo Kojima, che esplodono prepotentemente una volta raggiunta la seconda metà della storia. La narrativa è presente in maniera importante con delle sequenze cinematografiche, ma mai invasiva come accaduto con Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots e mai statica come nell’epilogo del primo Death Stranding. Ogni sequenza riesce a esaltare al meglio i rapporti e le emozioni tra i personaggi, ma anche l’attore in primo piano con le sue espressioni e imperfezioni. Il tutto viene accompagnato da un doppiaggio italiano semplicemente eccelso e omaggiato coi consueti crediti alla Hideo Kojima. L’unica nota un po’ stonata, in tutto questo, è il personaggio di Luca Marinelli (e non la sua ottima interpretazione) che dà la percezione di non amalgamarsi bene col contesto. È come se Hideo Kojima non fosse riuscito a catturarne gli aspetti migliori per risaltarne la sua presenza scenica: con Mads Mikkelsen, per esempio, era la gestualità della sigaretta; con Luca Marinelli c’è la gestualità della “bandana”, ma sfortunatamente non rende al meglio (a parte la prima volta che ti fa esclamare quel “Oh, Snake!”).



Eppure stento a considerarlo “il miglior videogioco di Hideo Kojima”. Per quanto dal punto di vista visivo sia semplicemente eccellente e per quanto la storia sia narrata sorprendentemente bene, tutta la struttura viene danneggiata con un gameplay che non riesce a tenere botta. È certamente migliorato in molti suoi aspetti rispetto al suo predecessore, dal momento che l’importanza delle strutture è stata intensificata da un buonissimo level design generale, complici i citati fenomeni climatici. Eppure, rimangono quelle missioni secondarie costellate da ordini privi di intrattenimento reale, privi di un premio narrativo affascinante o potenziamenti concreti. Bella la serie di missioni del Pizzaiolo, ma dover raccogliere il consueto pacco perso o portare l’ordine da una base all’altra per un “Grazie” come riconoscenza, anche no. È il motivo che mi ha portato a tirare dritto dal 12° episodio, dopo aver passato 70 ore a completare ordini, tirar su strade e monorotaie. Alla fine il problema è sempre lo stesso: non deve essere per forza di cose divertente, ma un videogioco dovrebbe riuscire a intrattenere e Death Stranding 2 lo sa fare benissimo soltanto con la sua storia principale. È proprio qui che trova collocazione il titolo di questa recensione “l’unico limite è la tua sopportazione“.
In sostanza Death Stranding 2: On the Beach è un videogioco dove sono presenti svariati pregi e difetti, dove la narrazione esegue balzi qualitativi decisamente importanti mentre il gameplay si limita a migliorarsi appena. Quindi, considerando il suo valore complessivo, sento che può essere un videogioco da consigliare senza particolari remore, premettendo che il riassunto presente all’interno di On the Beach non risulta completamente esaustivo.