Ho finalmente finito DOOM (2016) e questa non è una recensione

Doom 2016
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Ci sono quelle occasioni in cui, per una ragione tutta nostra, impieghiamo “secoli” ad arrivare ai titoli di coda di un determinato gioco. A me è capitato con The Last Remnat — al quale ho dedicato una recensopinione —, ma ovviamente non è l’unico della lista.
Proprio in questi giorni ho finalmente completato la campagna di quel gioiello di DOOM (2016). Però, se ci ho impiegato circa 4 anni a completarlo su PC, senza tener conto di quando lo giocai per la prima volta su PlayStation 4, per quale ragione lo reputo un gioiello? Ebbene, continuate a leggere.

La “non recensione” di una storia durata 4 anni!

Il mio rapporto con questo reboot è costellato da alti e bassi, da quell’intenzione di approcciarmi al mio primo DOOM alla difficoltà più alta consentitami nella prima run e dal feeling di uno shooter incredibilmente frenetico quanto divertente, ma condito di una ripetitività estremamente fastidiosa che, ad un certo punto, mi ha portato ad abbandonare il gioco più di una volta.

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Come accennato, praticamente, non ho mai giocato ad un DOOM prima di questo reboot, ma è impossibile non conoscere la serie e ciò che ha portato ai videogiochi. Tanto che alla fine, ho deciso di acquistare il DOOM 64 su Google Stadia — tanto perché sono scemo e per darmi un’infarinatura generale.

La mia soglia di tolleranza nei confronti della ripetitività, è arrivata al punto di non ritorno quando, per l’ennesima volta, mi sono ritrovato a dover recuperare le “schede” di vario colore anche sulla superficie di Marte, dove al posto delle schede v’erano dei teschi dalle differenti colorazioni. Lì, mi sono ritrovato a pensare “Dannazione! Di nuovo? Anche qui? Uff…” e lì ho praticamente deciso di lasciar perdere. Nonostante ciò, considerando la qualità dello shooting, la potentissima colonna sonora ed un comparto grafico ed estetico incredibile, in me è rimasto perennemente quel senso di insoddisfazione e quella voglia di arrivare ai titoli di coda.

La trama? La “lore”? Ah! Non importa. Io voglio disintegrare demoni!

Citando… Me.

Così, proprio il 3 Agosto 2021, ho completato la campagna alla difficoltà Ultra-Violenza per la prima volta.

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Questo DOOM (2016) spacca!

Passatemi lo “spacca”, sto cercando di tener su un certo tono tranquillo e dato il videogioco rabbioso in questione, non è proprio semplice.

Come detto, le sezioni più noiose sono quelle relative alla ricerca delle schede o teschi, perché a parer mio smorsano quell’incredibile azione che caratterizza questo reboot, senza contare le volte che id Software ha deciso di ripetersi con lo schema “Cerca la scheda/teschio, annienta l’orda, usa la scheda/teschio e poi ripeti il tutto altre due volte”. Detta in parole povere, mi ha seriamente messo la prova. Alla fine sono riuscito a completare la campagna soltanto grazie a delle sessioni di gioco dalla durata di circa un’ora ciascuna e considerando il mio modo di giocare — più un gameplay mi piace, più voglio continuare — è stato veramente un calvario.

Nonostante questo enorme — e totalmente personale — problema, DOOM (2016) è un giocone ed in un periodo in cui la qualità di un videogioco viene misurata a suon di emozioni, di lacrime versate e messaggi “sociali”, è una vera e concreta salvezza. La trama è presente, così come la narrazione decisamente più marcata rispetto al titolo originale, ma a farlo da padrone è il puro e semplice gameplay arricchito da quello che — forse — è tra le migliori esperienze shooting di sempre.

Sì, è vero, non ci sto andando leggero, ma la qualità è qualità e con questo titolo ce n’è a palate.
Ogni singola arma è ben ideata, ognuna ha un suo specifico compito, passando dalla mitica doppietta in grado di bloccare gli attacchi di diversi demoni, passando alla “sempre rossa” motosega in grado di annientare quasi ogni minaccia che si parerà dinnanzi al Doomguy.

Tornando alla trama, nonostante sia estremamente più curata ed arricchita rispetto al primissimo DOOM, devo ammettere che… Non mi è interessata minimamente. Inoltre, trovo che sia il consueto pretesto per immergere il giocatore all’interno di uno specifico contesto, senza troppe pretese e senza star lì a ricamarci chissà cosa.

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Ci troviamo all’interno di una base su Marte, dove un team di scienziati, conducendo diversi esperimenti, finiscono per aprire volontariamente un portale demoniaco, provocando una carneficina di proporzioni gargantuesche — non mancheranno scenari sanguinolenti ed estremamente dettagliati! — ed è proprio qui che, viene chiamato alle armi il Doomguy.

Ora mi scuserete, ma c’è un certo DOOM Eternal che mi sta aspettando lì nel Xbox Game Pass, non vorrei farlo attendere troppo!


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