Survivalist incontra The Sims ed ecco il nuovo Invisible Strain: più profondo e complesso, ma sempre Survivalist
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Survivalist incontra The Sims ed ecco il nuovo Invisible Strain: più profondo e complesso, ma sempre Survivalist
Salve giocosuvivalisti e giocosuvivalise!
Chi ha letto qualche mio articolo o diario su Q-Gin (francamente non so più come chiamarli, di certo non sono recensioni), sa che quando parlo di giochi indie provo sempre un senso genuino di stupore. Ogni volta che gioco a questi titoli rimango impressionato dal fatto che, un gioco realizzato con pochissimi mezzi e da poche persone, possa proporre meccaniche così profonde e complesse. Spesso mi aspetto queste caratteristiche nei giochi tripla A, che hanno team più grandi e budget superiori, eppure gli indie riescono a sorprendere proprio per la loro capacità di sperimentare e offrire esperienze uniche, molto apprezzate dalla community di gamer. Questo ultimo stupore l’ho provato con Survivalist: Invisible Strain, sviluppato da Bob (sì, si chiama proprio così).
Conoscevo già la serie Survivalist, iniziata nel 2015, e ricordo che il primo gioco mi aveva fatto una buona impressione. Era un survival ambientato durante un’epidemia zombie, in cui bisognava sopravvivere raccogliendo risorse e costruendo una piccola comunità di sopravvissuti, cercando di arrivare vivi al giorno successivo. Il primo titolo era molto duro: le risorse erano scarse e bisognava difendersi anche dagli altri sopravvissuti ostili. Ciò che lo distingueva da altri titoli con zombie, era che ogni zombie portava un ceppo diverso del virus. Questi ceppi variavano da quello “verde”, più facile da curare, a quelli più complessi come il “blu”, e altri ancora. In sostanza, oltre a procurarsi cibo, medicinali e acqua, bisognava anche costruire strutture di supporto, come orti, e soprattutto evitare di farsi mordere, perché ogni ceppo aveva una cura specifica, spesso difficile da ottenere senza il giusto sopravvissuto esperto in medicina. Nonostante la grafica semplice, in stile PS2 (come si dice spesso qui in Italia), la profondità del gameplay rendeva il gioco davvero sfidante.


Quando è arrivata l’opportunità di provare il seguito, non ho esitato. “Invisible Strain” è un titolo molto più grande e complesso, che amplia notevolmente quanto visto nel primo gioco, diventando più completo, come ogni buon sequel. I ceppi del virus sono rimasti una componente fondamentale del gameplay: quelli del primo capitolo sono ancora presenti, con la loro varietà da ceppo “verde,” più semplice da curare, a quelli più difficili come il “blu”, e altri. Inoltre, secondo le informazioni disponibili, nel seguito sono stati aggiunti nuovi ceppi del virus, come l’Invisible Strain, una variante misteriosa e particolarmente pericolosa, anche se personalmente non ho ancora avuto modo di incontrarli durante le mie partite. Questo mantiene la tensione e la strategia necessarie per gestire le infezioni all’interno della comunità. Quindi, anche se non ho ancora visto direttamente in game tutti i nuovi ceppi, la tradizione del sistema virale complesso è stata confermata e ampliata nel sequel.



Una delle prime cose che mi ha colpito mentre mi informavo sul gioco, è stato il “The Sims con gli zombie”. E non è solo un modo di dire. Rispetto al primo titolo, il sistema sociale è molto più strutturato e dettagliato: ogni NPC e ogni membro della comunità ha una personalità, un obiettivo, e sviluppa simpatie o antipatie verso gli altri. Ricorderanno gesti, favori o torti subiti, influenzando la fiducia reciproca e il morale del gruppo (cosa che personalmente, per quanto apprezzi la serie, nemmeno in State of Decay ho visto questa complessità). Ad esempio, nella mia prima partita in modalità storia, dopo aver creato il mio avatar scegliendone carattere, preferenze e mestiere (una novità rispetto al primo gioco), sono stato aggredito da una donna che voleva derubarmi. Dopo averla fermata, ho potuto decidere se eliminarla oppure coinvolgerla per cercare un presidio militare. Scegliendo la seconda opzione, ho notato che durante i dialoghi si poteva vedere il rapporto tra noi, con riferimenti a torti (come l’aggressione) e favori (come il fatto che l’avessi lasciata vivere o le avessi regalato dell’oro, un oggetto che sembrava apprezzare). Potevo anche cercare di capire cosa la spingesse ad amare così tanto il metallo prezioso, ma senza un rapporto più profondo non voleva spiegarmi. Questo dimostra quanto ogni relazione e interazione conti nel gioco. Inoltre, si potranno sviluppare rapporti amorosi tra personaggi, che avranno un peso significativo. Capite quindi perché il paragone con “The Sims” è azzeccato. Un altro aspetto migliorato è il sistema di costruzione, ora molto più complesso, anche se al momento non ho ancora costruito comunità grandi a causa della mia esperienza di gioco ancora agli inizi e di alcune morti frequenti, come nel primo.
In conclusione, quello che ho potuto sperimentare finora mi ha dato la sensazione che, per comprendere a fondo Survivalist: Invisible Strain, servano molte ore e tanta pazienza, perché il gioco offre meccaniche profonde e un’esperienza coinvolgente. Per ora mi fermo qui, ma prometto un articolo più dettagliato in un prossimo futuro.
Grazie per aver letto, e al prossimo aggiornamento!